venerdì 2 ottobre 2009

quando il lavoro fa ammalare









Dai tempi in cui si costruivano le piramidi sino alla nostra
civiltà industriale, nessuno saprà mai il prezzo pagato
dall’umanità in vite e malattie in un ambito pacifico come
quello che dovrebbe essere quello del lavoro. Nel settore
lavorativo, oggi in Occidente si muore e ci si ammala di
meno, e di meno che nei paesi in via di sviluppo, ma
comunque si muore ancora troppo e ci si ammala di nuovi
disturbi fisici e psicologici che si ripercuotono non poco sulla
salute e sulla qualità della vita. Lo testimonia il congresso
mondiale sul tema promosso da ICOH (International
Commission on Occupational Health), ISPESL (Istituto
Superiore Prevenzione e Sicurezza sul Lavoro) e Società
Italiana di Medicina del Lavoro svoltosi a Milano nei primi
mesi di quest’anno. Una gran parte di queste malattie
possono aggredire l’apparato respiratorio, la colonna
vertebrale e possono concorrere a far emergere allergie di
vario genere. Sono problemi di salute non convenienti da
sottovalutare e che tramite un’adeguata informazione si
possono cercare di curare se non prevenire. Alcuni dati più
approfonditi ci vengono spiegati dal nostro esperto Francesco
Clausi, consulente della ditta Puliter (www.lapuliter.it) di
Imperia.
“Prima di tutto bisogna partire da un’analisi approfondita sulla
situazione attuale – spiega Francesco Clausi -. Una stima del
problema sicurezza sul lavoro nel mondo l’ha elaborata
l’Organizzazione mondiale della sanità con una ricerca
realizzata nel 2000 in 191 stati, pubblicata l’anno scorso
sull’American journal of Industrial Medicine, dalla quale
risulterebbero 850.000 morti all’anno, il 37% delle quali per
malattie polmonari croniche e altrettante per infortuni, e il
12% per tumori alle vie respiratorie. Inoltre, il lavoro è in
causa per via di tagli e ferite nel 40% di epatiti B e C, nel
37% dei mal di schiena, nel 16% delle perdite di udito, nel
13% delle malattie polmonari ostruttive croniche e nell’11%
dei casi di asma. I risultati dell’indagine erano comunque
sottostimati, in quanto non si considerava altre malattie,
come quelle coronariche, e non riguardava paesi in via di
sviluppo, lavoro minorile e aziende familiari. Patologie
occupazionali in crescendo in tutt’Europa e quindi anche in
Italia: ci sono le malattie muscolo-scheletriche, come il mal di
schiena da prolungata sedentarietà tra i numerosi
autotrasportatori, o da sollevamento e spostamento di pesi
tra operai edili e magazzinieri ma anche tra gli infermieri in
ospedali e case di riposo, e poi le ipoacusie da lavorazioni o
ambienti rumorosi, e soprattutto le allergie”.
Infatti, le allergie sono in enorme crescita anche tra la
popolazione adulta: “Il capitolo delle allergie è molto
variegato – continua Clausi -, si va da quelle tradizionali
come l’asma da farina di frumento, che è un problema
europeo e colpisce il 5-10% dei panificatori soprattutto
artigianali, ad altre più recenti: per esempio al nichel, metallo
presente in molti oggetti e ormai ubiquitario nell’ambiente, al
quale sarebbero allergici sei milioni di italiani con una
positività ai test epicutanei aumentata, come risulta da una
ricerca della Clinica del Lavoro di Milano, dal 24% degli
anni ‘80 al 33% dei ‘90; oppure al lattice, con una prevalenza
risultata del 2,7% negli ospedali di Milano, come in Europa,
che ora si previene usando i guanti senza o con poca polvere
lubrificante che rende inalabile il lattice. Le allergie sono in
crescita ovunque si affermi uno stile di vita occidentale, basti
vedere i due casi piuttosto recenti del Giappone e della ex
Germania orientale, compreso quindi il mondo del lavoro e in
particolare quello d’ufficio, come ha confermato il Progetto
europeo HOPE (Health Optimization Protocol for Energyefficient
Buildings)”.
Quando l'ufficio fa ammalare. Non si tratta di una battuta: un
italiano su due, almeno una volta l'anno, si ammala per colpa
dell'ambiente lavorativo. Stress, ambienti soffocanti, cattiva
alimentazione, troppo caffé: tutto concorre al ‘mal d'ufficio’ e
mobbing.
“I risultati di HOPE, indagine condotta il nove paesi dal 1999
al 2004 – aggiunge il consulente della Puliter -, illustrati a
Milano, indicano che nel 30% dei 51 edifici esaminati non
c’erano condizioni di comfort adeguate per i lavoratori, un
terzo dei quali lamentava stanchezza, un quarto secchezza
agli occhi o alla gola, un quinto mal di testa. Disturbi riferiti
anche nel capitolo italiano di HOPE, realizzato dall’Università
degli Studi di Milano, con il 30% circa sia di cefalee sia di
secchezza oculare e il 43% di sonnolenza; si è rilevata la
presenza di sostanze irritanti come l’ozono da stampanti
laser, di composti organici volatili da prodotti per le pulizie, di
polveri, ossidi d’azoto, monossido di carbonio dovuti in realtà
al traffico esterno, mentre il comfort rispetto a illuminazione e
temperatura indoor è apparso soddisfacente. Ma una
problematica davvero emergente è quella di tipo psicologico,
dovuta al mobbing, insieme di ‘molestie’ sul lavoro,
all’eccesso di stress, anche al burnout, una sorta di
esaurimento".
“Un fenomeno come il mobbing sembra interessare oggi in
Europa fino al 14% dei lavoratori, un po’ in tutti i settori, e
soprattutto nella pubblica amministrazione, con il 14%,
istruzione e sanità con il 12%, seguiti da ristorazione,
comunicazione, commercio e altri. Certo, umiliazioni,
vessazioni e minacce sul lavoro non sono una novità, ma oggi
il fenomeno è favorito da ristrutturazioni aziendali, cambi ai
vertici, precarietà per i giovani, ritmi inadatti per gli
ultracinquantenni: al Centro per il Disadattamento lavorativo
della Clinica del lavoro di Milano si è passati per esempio dai
194 pazienti del 1997 ai 674 del 2005. I contraccolpi sono
turbe del sonno, ansia, depressione, spossatezza, mal di
stomaco, emicranie, attacchi di panico, e magari abuso di
alcol o di sostanze. Ma alla fine di tutto il discorso va sempre
ricordato – conclude Francesco Clausi - che la disoccupazione
può avere un impatto psico-fisico anche peggiore delle
malattie occupazionali”.
Come dire, speriamo che il lavoro ci sia sempre per tutti, ma
per far sì che questo non sia fonte di malattie, bisogna
focalizzare che tipo di priorità siano necessarie per non
mettere a rischio la propria salute.

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